di Marialuisa Candiani
Tradizionalmente si tende a pensare che la disabilità sia legata a limitazioni individuali fisiche e/o psicologiche e che riguardino la società solo in qualità di ‘facilitatore’. Negli ultimi decenni, però, questo tipo di approccio alla disabilità si è lentamente modificato a favore di una visione più sociale e relazionale come, per esempio, 0proposto dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità (CRPD) ratificata dall’Italia nel 2009 e finalizzata ad ottimizzare gli standard di accessibilità e gestione delle barriere con la creazione di norme che incoraggiano l’abbattimento di barriere architettoniche e la fruibilità di servizi pubblici e privati. Quindi questo tipo di approccio porta a considerare che sono le barriere nell’ambiente, nella cultura e nelle istituzioni il vero agente che ‘disabilita’ e non la condizione individuale del soggetto!
Secondo modelli contemporanei (come l’ICF dell’Organizzazione Mondiale della Sanità) la disabilità non è solo un fatto medico, ma il risultato dell’interazione tra le caratteristiche individuali e gli ostacoli sociali e ambientali. In altre parole, senza barriere fisiche e sociali, molte condizioni non sarebbero vissute come disabilità. Questa visione pone l’accento su ciò che impedisce la partecipazione completa alla vita sociale che non solo rampe o sedie a rotelle, ma anche atteggiamenti, linguaggi discriminatori, stereotipi, pratiche organizzative e strutture urbane non inclusive.
Le barriere che “disabilitano” sono: ambientali (scale senza alternative, marciapiedi stretti, edifici non accessibili); comunicative (mancanza di informazioni in formati accessibili come audio, sottotitoli, lettura facilitata); sociali e culturali (stereotipi che associano disabilità a incapacità, o comportamenti che isolano chi è considerato “diverso”).
Quindi se la società (dalle città alle scuole, dai servizi digitali ai luoghi di lavoro) fosse progettata tenendo conto della diversità umana la disabilità sarebbe non avrebbe spazio per esistere, perché i sistemi di trasporto e i servizi pubblici sarebbero già accessibili a persona con esigenze diverse, il linguaggio e le norme culturali sarebbero inclusive e si eviterebbe il pregiudizio che discrimina e mette ai margini. La disabilità non sarebbe vista come un “problema individuale” da “riparare”, ma come una dimensione naturale della variabilità umana e questo sposterebbe attenzione e risorse verso la rimozione delle barriere nel mondo sociale piuttosto che sul tentativo di “normalizzare” il corpo. E tutti ne trarrebbero beneficio perché soluzioni progettate per essere usate da persone con diverse abilità spesso migliorano l’esperienza per chiunque (bambini, anziani, genitori con passeggino, stranieri in visita…).